Ricercatori della McGill University e della University of Minnesota hanno pubblicato uno studio (Comparing the yields of organic and conventional agriculture, http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/full/nature11069.html sulla rivista Nature in cui sostengono che per nutrire il mondo serve andare al di là dell’attuale dibattito tra agricoltura convenzionale e biologica.

L’attenzione della stampa si è concentrata prevalentemente sulla considerazione dei ricercatori che le quantità di alcuni prodotti con l’agricoltura biologica sono inferiori e che quindi, a loro avviso, per produrre tutti gli alimenti necessari al pianeta servirebbero anche altre tecniche.

In realtà, i ricercatori hanno rilevato che per alcune coltivazioni, la produzione biologica produce almeno quanto quella convenzionale (frutta, leguminose, semi proteici), anche se le quantità di grano e mais prodotte con fertilizzanti e pesticidi rimane ancora superiore.

Non si tratta di una sconfessione dell’agricoltura biologica come metodo per nutrire il mondo. Al contrario, costituisce un importante riconoscimento di cui non possiamo che essere lieti.

La meta analisi pubblicata su Nature conferma che l’agricoltura biologica non è una pratica da nostalgici o da figli dei fiori, ma un serissimo metodo di produzione che a tutti gli effetti può essere messo a confronto con l’agricoltura industrializzata, grande consumatrice di energia fossile (sempre più scarsa e costosa) e di sostanze chimiche di sintesi che hanno un impatto sull’ambiente sempre maggiore e negativo. Il lavoro ha preso in esame 66 studi già pubblicati a livello internazionale che comparano la quantità di raccolto di 34 coltivazioni in agricoltura convenzionale e biologica e conclude che “l’agricoltura senza l’uso di fertilizzanti chimici di sintesi e pesticidi può fornire raccolti sufficienti in alcune circostanze”.

E’ invece significativo che lo studio riconosca che già ora, pur nell’assenza di sostegno pubblico alla ricerca in agricoltura biologica, per alcune coltivazioni (compresa la colza e la stessa soia, per la quale in convenzionale si fa gran uso di diserbanti e che in buona parte è OGM), questa è già in grado di dare le stesse quantità di raccolto.

Immaginiamo quali potrebbero essere i risultati se a favore della ricerca nel biologico fosse stanziato anche soltanto il 10% di quanto è speso per sviluppare nuovi pesticidi e OGM.

E, soprattutto, va sottolineato che l’articolo su Nature si concentra esclusivamente sulle quantità di prodotto, tralasciando le altre tre gambe fondamentali del tavolino: l’impatto ambientale, la biodiversità, la qualità nutrizionale.

Secondo i dati ufficiali dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale del ministero per l’Ambiente, in Italia si trovano ben 118 pesticidi diversi (erbicidi, fungicidi e insetticidi) nel 47.9% delle acque superficiali e nel 27% di quelle profonde, da dove pescano gli acquedotti. In oltre il 30% delle acque superficiali il contenuto supera i limiti ammessi per le acque potabili.

Il diserbante Glifosate è presente in oltre l’80% delle acque superficiali della Lombardia, quasi sempre con concentrazioni sopra i limiti di legge. Che senso ha ottenere raccolti maggiori per alcune piante grazie all’uso di fertilizzanti, diserbanti, insetticidi e anticrittogamici, se l’effetto è quello di peggiorare a questo livello la qualità e la sicurezza dell’acqua che beviamo?

Il vantaggio è completamente illusorio e ingannevole.

Tutte le ricerche, poi, dicono che nei campi biologici la biodiversità è di gran lunga superiore a quella che si riscontra nei campi convenzionali.

Basta ricordare la moria delle api e degli altri insetti impollinatori causata negli ultimi anni in tutta Europa e in Nord America dagli insetticidi neonicotinoidi.>

Dove sta il senso di aumentare le rese a scapito della fauna selvatica (e, in questo caso, di insetti indispensabili come gli impollinatori?)

Lo studio, che, ripetiamo, si concentra solo sulle quantità dei raccolti, ipotizza un ibrido tra l’agricoltura biologica e quella convenzionale, ricorrendo a fertilizzanti chimici di sintesi. In questo modo aumenterebbero sì le rese, ma anche qui con un guadagno solo apparente: avremmo più peso, ma la stessa quantità di sostanze nutrizionali. La fertilizzazione di sintesi fa solo assorbire alla pianta più acqua, non fa aumentare il patrimonio di vitamine, sali minerali e altri nutrienti, che risulterebbero diluiti. Le ricerche ci dicono che il contenuto nutrizionale delle diverse colture oggi è inferiore di cinquant’anni fa: aver più cibo, ma meno nutriente, non è certo un affare (se per avere lo stesso quantitativo di vitamine e sali minerali devo mangiare il 25% in più, dove sta il guadagno di un’agricoltura intensiva che producesse il 25% in più? Alla meglio, il saldo è zero).

E, infine, va considerato che la produzione mondiale di alimenti è già più che sufficiente per sfamare l’umanità: quello che manca è un’equa distribuzione delle risorse: nei Paesi del sud del mondo (che lo studio di Nature non prende in esame: si concentra soltanto sull’agricoltura del nord, senza considerare la potenzialità di una buona agricoltura biologica per l’indipendenza alimentare dei Paesi in via di sviluppo) non manca la produzione di cibo, manca semplicemente il denaro per avere accesso al cibo.

Dove sta la scarsità, se un terzo dei bambini italiani è obeso e se, contemporaneamente, ogni anno una famiglia italiana butta in pattumiera una media di 500 euro di prodotti alimentari?