Nel febbraio 2013 uno studio della rivista Decanter aveva rilevato che il 90 per cento di campioni di 300 vini francesi presentava tracce di almeno un pesticida (prevalentemente anticrittogamici).
Un lavoro recente (Francesc A. Esteve-Turrillas, Consuelo Agulló, Antonio Abad-Somovilla, Josep V. Mercader, Antonio Abad-Fuentes,Fungicide multiresidue monitoring in international wines by immunoassays, Food Chemistry, Volume 196, 1 April 2016, Pages 1279-1286, ISSN 0308-8146) ha rilevato la presenza di azoxystrobin, boscalid, cyprodinil, fenhexamid, pyrimethanil eccetera nel 44.4% dei campioni (nell’8,4% delle bottiglie con contenuti superiori a 100 ppm).

Ora, dopo aver confrontato oltre 70.000 valutazioni professionali di Wine Spectator, Wine Enthusiast e Wine Advocate (le bibbie statunitensi del vino) di oltre 13.000 vini di circa 1500 cantine della California di 30 varietà e 25 denominazioni dal 1998 al 2005, l’economista ambientale Magali Delmas e i sui colleghi hanno rilevato (Magali A. Delmas, Olivier Gergaud e Jinghui Lim, Does Organic Wine Taste Better? An Analysis of Experts Ratings, Journal of Wine Economics) che la provenienza biologica delle uve è associata a un incremento significativo del punteggio di qualità (in media 4.1 punti su 100, per i rossi si arriva a 5.6 punti): “Il vino da uve biologiche è di qualità superiore. I viticoltori devono dedicare più tempo e attenzione e prendersi più cura dei propri vini biologici. I nostri risultati sono che questi sforzi sono evidenti nel prodotto finito”.

Una differenza di 4.1 e 5.6 punti su 100 è importante: per Vine Advocate da 90 a 95 punti il vino è “Outstanding; exceptional complexity and character”, ma da 96 a 100 è “Extraordinary; a classic wine of its variety”, per Wine Enthusiast da 90 a 94 è “Excellent. Extremely well made and highly recommended”, ma da 95 a 100 è “Superb. One of the greats”.

Dopo di che, va detto che non tutte le cantine certificate etichettano il vino come da uve biologiche: al di là dei risultati delle valutazioni degli esperti, c’è ancora una parte dei consumatori che considera il prodotto un “Hippy Wine”: gli operatori preferiscono non rischiare e puntano sulla qualità superiore senza dar enfasi alla certificazione.