Il Biologico e le Bufale

Nel mondo sono coltivati con metodi di agricoltura biologica 43.7 milioni di ettari (erano 11 milioni nel 1999), una superficie superiore a quelle totali di Italia, Austria e Svizzera messe assieme, Alpi e Appennini compresi.

Se contiamo anche i 37.6 milioni di ettari in cui viene effettuata la raccolta di vegetali spontanei, dobbiamo aggiungere la superficie della Germania e arriviamo a un’unica e significativa estensione dal Mare del nord al Mediterraneo.

Anche senza considerare le minuscole isole Falkland/Malvinas (il 36.3% della cui superficie agricola è condotta con metodo biologico) o l’ancora più minuscolo Liechtenstein (30.9% di superficie biologica), è coltivato con metodo biologico il 19.4% dell’Austria, il 16.4% della Svezia, il 16.2% dell’ Estonia, il 14.3% di Samoa, il 12.7% della Svizzera, l’11.2% dell’Italia, l’11.2% della Lettonia, l’11.1% della Repubblica Ceca

Alla fine del 2013 in Europa avevamo 334.870 aziende agricole biologiche e oltre 41.000 imprese di trasformazione e distribuzione di prodotti biologici. In Italia contavamo 41.513 aziende di produzione agricola (diventate 42.546 nel 2014), 4.456 aziende agricole che trasformavano parte o tutta la propria produzione (passate a 6.104 nel 2014), 6.154 imprese di trasformazione e distribuzione (passate a 6.524 nel 2014).2

Il 24% dei titolari di aziende biologiche europee è donna (da qualche parte anche di più: 41% in Lettonia, 32% in Croazia, 30% in Italia); ha meno di 55 anni il 61.3% degli agricoltori biologici (contro il 44.2% di quelli convenzionali in media europea, che diventano il 38% nella vecchia agricoltura italiana). 3

È in possesso di diploma di qualifica o di diploma di scuola media superiore il 39,7% dei responsabili delle aziende biologiche italiane (quasi il doppio della media nazionale), ha una laurea o un diploma universitario il 13.6% (più del doppio della media nazionale), il 12,4% ha una laurea non agraria, il che comporta formazione, esperienze e progettualità nuove.4

Negli ultimi dieci anni il mercato internazionale e quello interno sono stati -e sono- in forte crescita, come testimoniano le rilevazioni degli scanner alle casse, notoriamente assai poco romantici: per limitarsi alla grande distribuzione italiana, +8.5% nel 2012, +11.9% nel 2013, +13.2% nel 2014, +20% nel 2015).5

Anche al di là degli aspetti di contenuti (come la fornitura di beni pubblici che contribuiscono alla tutela dell’ambiente, al benessere degli animali e allo sviluppo rurale con la permanenza e il ritorno nelle aree agricole), dovrebbero poter bastare i caratteri di assoluta novità di questo piccolo esercito di nuovi produttori agricoli e di imprese a valle nella filiera, la crescente incidenza sull’utilizzo dei terreni agricoli nazionali e la forte tendenza alla sviluppo per porre il settore biologico sotto i riflettori, per conoscerlo meglio, (e, magari, fornirgli servizi per valorizzarlo).

Eppure…

Il sistema dell’informazione, vuoi per la lontananza culturale dal mondo dell’agricoltura (che conosce solo come bucolico, arcadico o, negli ultimi anni, gastronomico), vuoi perché è più facile il copia e incolla dai comunicati dell’ instancabile ufficio stampa di un’ organizzazione agricola generalista, di agricoltura parla poco e, quando lo fa, non sempre lo fa bene.

Quando il tema è l’agricoltura biologica, poi, è raro si esca dalla dimensione del luogo comune, del romanticismo e del colore, della benevola condiscendenza per questi giovani che intendono cambiare in meglio – e cambiano in meglio- il modo in cui si produce il nostro cibo. Talvolta non si nasconde una punta di disagio per i dubbi sul rasserenante tran tran, su abitudini e pensieri consolidati che essi inducono.

1 FiBL, 2015

2 Sinab, 2014

3 Commissione Europea, 2013

4 Istat, 2011

5 Nielsen vari anni

Sarà perché siamo un Paese di poeti, santi, eroi e navigatori piuttosto che di scienziati, ma sia il sistema dell’informazione che i cittadini tendono a sottovalutare, se non a ignorare, la significativa produzione di ricerca pura e applicata che evidenzia i decisi vantaggi dal punto di vista ambientale, nutrizionale e sanitario dell’approccio biologico alla produzione agroalimentare.

Anche il nostro settore ha qualche responsabilità: convinti che le loro ragioni siano palesi per chiunque sia in buona fede, impegnati a crescere (e a compilare pacchi di moduli e relazioni per gli obblighi di controllo e certificazione), finora gli operatori non si sono impegnati a fondo a spiegare che queste loro ragioni non stanno solo nel cuore, ma anche nei freddi dati scientifici.

Assobio ha iniziato a invertire la tendenza con la pubblicazione “Biologico, la parola alla scienza/ What Science Says About Organics” che presenta gli abstract di dozzine di articoli pubblicati sulle riviste scientifiche internazionali (di diversi campi, perché i fenomeni sono complessi e la loro riduzione non è sempre un bene) di agronomia, nutrizione umana e animale, epidemiologia, pediatria, tossicologia, chimica, biologia, ecologia applicata… (il volume, in italiano e inglese, 128 pagine, può essere richiesto a info@assobio.it al costo di 9.80 EUR spese di spedizione comprese).

L’associazione conts di fornire utili elementi di conoscenza agli operatori della sanità, a quelli dell’informazione, alle amministrazioni pubbliche, alle istituzioni dell’istruzione, ma anche agli operatori dell’agroalimentare e alle famiglie.

Scorrendo i nomi dei ricercatori, si scopre facilmente che gli italiani sono poco rappresentati.

Non si tratta di esterofilia.

Ci sono dozzine di corsi d’agricoltura biologica nelle università statunitensi e canadesi, in Germania l’università di Kassel ha una facoltà di Scienze dell’agricoltura biologica e all’università di Hohenheim di Stoccarda c’è un master europeo sulla materia, in cooperazione con l’Univesität für Bodenkultur (che sta per Risorse naturali) di Vienna e con la Szkoła Główna Gospodarstwa Wiejskiego (che sta per università di Scienze della vita) di Varsavia.

Corsi in agricoltura biologica anche alla Eesti Maaülikool (che sta per università estone di Scienze della vita) di Tartu, all’università di Aarhus in Danimarca, all’università britannica di Newcastle.

Nelle quattro sedi di Alnarp, Skara, Umeå e Uppsala della Sveriges lantbruksuniversitet (che sta per università svedese di Scienze agrarie) è attivo il Centrum för ekologisk produktion och konsumtion, agricoltura biologica e sostenibilità attraversano tutti i corsi dell’università gallese di Aberystwyth.

L’università di Wageningen (Olanda) ha probabilmente il più antico master in agricoltura biologica, che motiva: “La domanda sempre crescente di alimenti biologici richiede nuovi e diversi sistemi di produzione. Per creare questi sistemi di produzione biologica sostenibile è necessario un approccio scientifico nuovo. L’università ha creato un programma per formare professionisti qualificati che desiderano lavorare in questo campo”.

Nonostante la crescita della domanda di prodotti biologici, del numero di aziende biologiche e, di conseguenza, della necessità di personale tecnico qualificato, nonostante le politiche europee, per quanto più timidamente di quanto sarebbe necessario, si orientino verso un uso attento delle risorse, ritenendolo essenziale per la produzione alimentare e per la qualità della vita dei cittadini del continente, sia per il presente che per il futuro, premiando le pratiche sostenibili ed eco-compatibili, nell’Italia leader globale per la produzione biologica manca un corso di laurea in Scienze e tecnologie agrarie orientato all’agricoltura biologica.

Scarsa, di conseguenza, è anche la ricerca italiana (e spesso, piuttosto che nelle riviste scientifiche, presenta i suoi risultati a convegni o in ottimi libri pouttosto che in riviste scientifiche peer reviewed.

La pubblicazione da parte doi AssoBio di una selezione di ricerche estere è anche un appello: una delle esigenze più sentite dal settore biologico è l’aumento di una qualificata ricerca scientifica più calata nella realtà mediterranea, che diffonda elementi di conoscenza utili a orientare lo sviluppo della produzione agroalimentare ecosostenibile.

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