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MANGIARE BIOLOGICO? È MEGLIO, DICE LA RICERCA
Per i bambini mangiare biologico è meglio.
Se non tutti i giorni almeno quando è possibile. La rivista scientifica Environmental Health Perspectives nel numero di febbraio 2006 (vol. 114) ha pubblicato i risultati dello studio Organic Diets Significantly Lower Children’s Dietary Exposure to Organophosphorus Pesticides condotto da un’equipe dei due Department of Environmental and Occupational Health delle Università di Emory (Atlanta) e Washington (Seattle) e del Center for Environmental Health, Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta guidati da Chensheng Lu.
Lo studio ha misurato l’esposizione alimentare di organofosforati in un gruppo di 23 bambini in età scolare attraverso il biomonitoraggio delle urine.
Durante i primi tre giorni e negli ultimi sette i bambini hanno consumato pasti convenzionali, che nei cinque giorni centrali sono stati sostituiti da pasti biologici (frutta, verdura, succhi, prodotti a base di cereali come pasta e corn flakes).
I ricercatori hanno raccolto campioni quotidiani di urine nei 15 giorni; è risultato che le concentrazioni medie dei metaboliti di malathion e chlorpyrifos sono diminuiti ai livelli di non rilevabilità strumentale subito dopo l’introduzione della dieta biologica e sono rimasti allo stesso livello fino alla reintroduzione della dieta convenzionale.
Una dieta protettiva
La conclusione dello studio è che i bambini sono esposti a questo tipo di sostanze esclusivamente attraverso l’alimentazione, e che la dieta biologica costituisce un importante e immediato effetto protettivo contro l’esposizione agli antiparassitari a base organofosforata.
Anche grazie a studi come quelli di Lu buona parte di questi prodotti stanno per essere ritirati dalla produzione in conseguenza della revisione delle registrazioni.
“A causa delle loro dimensioni ridotte, i danni dei fitofarmaci nei bambini possono essere più gravi: il loro sistema nervoso è in fase di sviluppo e non dispone di sufficienti meccanismi di difesa dalle sostanze inquinanti presenti nel cibo”, dichiara Lu. “Da parte nostra possiamo senz’altro sostenere che i bambini che consumano alimenti biologici con tutta probabilità corrono minori rischi di problemi neurologici. Il consumo di frutta, verdura e succhi da agricoltura biologica sposta il livello del rischio di assunzione di residui di fitofarmaci da indeterminato a trascurabile”.
Sempre Environmental Health Perspectives nel 2003 (vol. 111) ha pubblicato lo studio Organophosphorus Pesticide Exposure of Urban and Suburban Preschool Children with Organic and Conventional Diets condotto da Cynthia L. Curl, Richard A. Fenske, Kai Elgethun del dipartimento per la salute ambientale della University of Washington (Seattle).
La ricerca valuta l’esposizione alimentare agli antiparassitari organofosforati tra i bambini di età prescolare nello stato di Washington.
È stato tenuto un diario registrando l’elenco dei diversi alimenti assunti nei tre giorni prece-denti il prelievo delle urine, classificando i bambini in funzione del consumo di alimenti biologici (18) e convenzionali (21) e analizzando la presenza di cinque metaboliti di organofosforati.
La concentrazione media di residui rilevata nei bambini con dieta convenzionale è stata circa sei volte superiore che nei bambini con dieta biologica (rispettivamente 0,17 e 0,03 μmol/L; p = 0,0003).
Per i ricercatori, i risultati consentono di sostenere che il consumo di frutta, verdura e succhi da agricoltura biologica dei bambini porta il livello di assunzione di residui da superiore ai limiti raccomandati dall’Agenzia per la protezione dell’ambiente a inferiore, modificando il fattore di rischio da indeterminato a trascurabile.
Lo studio conclude con le precise parole: “Il consumo di prodotti biologici rappresenta un mezzo relativamente semplice per i genitori di ridurre l’esposizione dei loro bambini ai pesticidi”.
Altre recenti ricerche
Alla fine di marzo 2007 sono stati pubblicati gli atti del terzo International congress of European integrated project quality low input food tenutosi all’Università tedesca di Hohenheim con i risultati di progetti di ricerca finanziati dall’Unione europea che dimostrano maggiori qualità nutrizionali in pomodori, pesche e mele coltivate col metodo biologico.
Uno studio comparativo sulla qualità nutrizionale di pomodoro biologico e convenzionale (1) rileva che i pomodori biologici “presentano più sostanza secca, più zuccheri totali e riduttori, più vitamina C, β-carotene e flavonoidi rispetto a quelli convenzionali”.
Anche uno studio francese(2) rileva che le pesche da agricoltura biologica presentano un contenuto più elevato di polifenoli e conclude che il metodo biologico ha “effetti positivi sulla qualità nutrizionale e organolettica”.
Un ulteriore studio sulle mele (3) conferma nella purea ottenuta da mele biologiche più sostanze bioattive, fenoli totali, flavonoidi e vitamina C rispetto all’analogo prodotto convenzionale e chiude con la considerazione “le conserve di mela biologica possono essere raccomandate come un valido prodotto che può contribuire a una dieta salutare”.
Sempre a marzo il Journal of the Science of Food and Agriculture ha pubblicato un altro studio, anch’esso debitamente peer reviewed.
Si tratta del lavoro svolto dai ricercatori del Department of Plant Sciences dell’Università californiana Davis, che ha posto a confronto kiwi bio-ogici e convenzionali ottenuti in uno stesso frutteto nella stessa stagione e nella stessa varietà, per escludere influenze di carattere climatico o stagionale (4).
I ricercatori scrivono che “tutti i principali costituenti minerali risultano più concentrati nel kiwi biologico, che presenta anche un maggior contenuto di vitamina C e di polifenoli totali, con un maggior attività antiossidante”.
Il contenuto in polifenoli risulta superiore del 17%, quello di vitamina C del 14%.
Il primato non si limita all’ortofrutta: non mancano ricerche che rilevano nel latte da allevamento biologico dosaggi superiori di grassi omega 3 e altri nutrienti utili.
Non si scherza nemmeno col latte
L’Institute of Grassland and Environmental Research dell’Università del Galles5 ha dimostrato nel latte di vacche alimentate con foraggio di trifoglio rosso utilizzato come alternativa alla fertilizzazione chimica nei pascoli biologici un livello notevolmente più alto (+60% di α-linoleici) di acidi grassi polinsaturi rispetto a quello prodotto negli allevamenti convenzionali.
Una ricerca dell’Istituto danese di scienze agricole (Djf) (6) protrattasi da maggio 2003 a febbraio 2004 sul contenuto di potenziali antiossidanti nel latte di allevamenti biologici e convenzionali focalizzata sulle vitamine liposolubili (in particolare sulla vitamina E) e sulla composizione degli acidi grassi, indica che nonostante non utilizzi integrazioni di α- tocoferolo sintetico, l’allevamento biologico dà latte con contenuti più elevati di α -tocoferolo naturale rispetto al latte convenzionale; più elevato anche il contenuto di carotenoidi, con il β-carotene da doppio a triplo.
I ricercatori attribuiscono il fatto alla diversa alimentazione del bestiame: mentre negli allevamenti convenzionali si ricorre a grandi quantità di insilato di mais, in quelli biologici vengono utilizzati molto più pascolo su erba e leguminose.
Sempre in Danimarca(7) ci si è concentrati anche sui fitoestrogeni, su cui l’interesse è aumentato negli ultimi anni dopo che numerosi studi hanno dimostrato un loro potente effetto in attività biologiche: possono proteggere contro lo sviluppo di alcune malattie, compreso il tumore, malattie cardiovascolari e osteoporosi, sindromi correlate agli ormoni come i sintomi da menopausa.
Con queste premesse è quindi interessante scoprire che il latte degli allevamenti biologici contiene fitoestrogeni in misura sensibilmente superiore a quello degli allevamenti convenzionali (l’equolo è presente in una misura quintupla, la daidzeina più di tre volte tanto).
Secondo i ricercatori dipende dal fatto che leguminose come il trifoglio, il lupino e il pisello proteico, ma anche i cereali, gli ortaggi e le bacche utilizzati in maggior quantità negli alleva-menti biologici contengono livelli naturalmente più elevati di fitoestrogeni che si ritrovano poi nel latte.
(1) Hollmann E., Rembialkowska E., Comparison of the nutritive quality of tomato fruits from organic and conventional production in Poland.
(2) Fauriel J., Bellon S., Plenet D., Amiot M.-J., On-farm influence of production patterns on to-tal polyphenol content in peach.
(3) Rembialkowska E., Hollmann E., Rusakzonek A., Influencing a process on bio-actvie sub-stances content and anti-oxidant properties of apple puree from organic and conventional production in Poland.
(4) Amodio Maria L., Colelli Giancarlo, Hasey Janine K., Kader Adel A., A comparative study of composition and postharvest performance of organically and conventionally grown kiwifruits.
(5) Dewhurst R.J., Fisher W.J., Tweed J.K.S. e Wilkins R.J. (2003). Comparison of grass and legume silages for milk production. Production responses with different levels of concentrate (Journal of Dairy Science, 86, 2598-2611)
(6) Nielsen Jacob Holm (Food science Research, Centre Foulum), Produktionsmetodens betydning for mælkens indhold af pro-/antioxidanter.
(7) Purup Stig, Hansen-Møller Jens, Sejrsen Kristen (Dept. of Animal Health, Welfare and Nu-trition), Porskjær Christensen Lars (Dept. of Food Science, Danish Inst. of Agricultural Sciences), Lykkesfeldt Anne E. (Dept. of Tumor Endocrinology, Inst. Of Cancer Biology), Leffers Henrik e Skakkebæk Niels E. (Dept. of Growth and Reproduction, Rigshospitalet), Increased phytoestrogen content in organic milk and the biological importance, 2005
ALTRE RICERCHE
Più polifenoli nelle pesche e nelle pere biologiche (che si conservano meglio)
Lo studio dell’Inran aveva il fine di determinare il contenuto in polifenoli totali e l'attività della polifenolossidasi per confermare l’esistenza di una correlazione tra questi due parametri e di differenze tra prodotti convenzionali e da agricoltura biologica. Sono state analizzate pesche Regina Bianca e pere Williams, prodotte con modalità di colti-vazione di tipo convenzionale o biologico dall’Istituto Sperimentale per la Frutticoltura di Ciampino (Roma).
Il contenuto in polifenoli totali e l’attività enzimatica sono risultati superiori in tutti i campioni dell’agricoltura biologica rispetto ai campioni di controllo convenzionali, confermando quanto già osservato nel corso di precedenti sperimentazioni Le variazioni osservate confermano l’ipotesi di un incremento nei livelli di composti attivi nei meccanismi di difesa della pianta in caso di coltivazione biologica, analogamente a quanto risultato in precedenti studi sulle mele.
Secondo i ricercatori è probabile che il più elevato contenuto in polifenoli totali e dell’attività della polifenolossidasi possano circoscrivere i danni ossidativi nei campioni alla raccolta e nel corso della conservazione.
M. Carbonaro (INRAN), M. Mattera, M. Cappelloni, S. Vicoli, 2001, Ricerca di indicatori di qualità in pesche e pere
Più sostanze antiossidanti nelle pesche biologiche
Il lavoro dell’Inran aveva lo scopo di comparare la capacità antiossidante di pesche proveniente da agricoltura biologica e convenzionale.
È risultato che tutte le pesche coltivate con metodiche biologiche presentano valori di polifenoli totali più elevati rispetto a quelle coltivate con le metodiche convenzionali.
Lo studio, protrattosi per più anni, conclude che per le pesche, il potere antiossidante delle colture biologiche risulta essere maggiore di quelle convenzionali; il dato si ripete costantemente durante tutte le quattro campagne di raccolta.
Le indicazioni che emergono dall’indagine mostrano abbastanza chiaramente come le tecniche di coltura agronomiche condizionano la produzione di sostanze che poi si riflettono sulla capacità antiossidante del prodotto finale, e suggeriscono che le tecniche agronomiche biologiche esaltano la capacità antiossidante delle pesche.
Enrico Finotti, Andrea Imperiali, (Unità di Tecnologie Alimentari, Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione), Capacità antiossidante di pesche da agricoltura biologica e convenzionale, 2002
Più sostanze antiossidanti nelle arance biologiche
Lo studio si proponeva di studiare la presenza e distribuzione dei carotenoidi e il contenuto totale in folati, nutrienti interessanti per la qualificazione nutrizionale degli agrumi.
I composti con attività vitaminica (a-carotene, b-carotene, b-criptoxantina) sono a livelli simili nelle due produzioni mentre luteina + zeaxantina (che hanno attività attività antiossidante) presentano valori più alti nel biologico.
Massimo Lucarini, Emilia Carnovale, Stefania Ruggeri, Altero Aguzzi (Inran), Arance di produzione biologica e convenzionale: indagine sul contenuto in carotenoidi e folati, 2002
La qualità delle mele da agricoltura biologica
In Svizzera l'attenzione dei ricercatori si è concentrata sulle mele, con il prelievo di Golden Delicious da 5 coppie di aziende (di cui una biologica e l'altra condotta con tecniche integrate); in ciascuna coppia i frutteti distavano meno di 1 chilometro e presentavano condizioni di microclima, struttura di terreno e tipo di impianto simili.
Sono stati presi in esame i parametri standard della consistenza, del tenore zuccherino, del contenuto di acido malico e sali minerali.
Si sono poi verificati i livelli di altri componenti utili per l'alimentazione (fenoli, selenio, fibre, vitamina C e vitamina E), esaminando con successivi panel test anche i parametri organolettici.
In tutti i campioni di mele biologiche la polpa era significativamente più salda (+14%) ed erano presenti più marker del sapore rispetto a quelle di produzione integrata (+15%).
Nelle mele biologiche è risultato nettamente più ricco il contenuto in potassio (+31%, che è apparso in stretto collegamento con il punteggio sensoriale) e di fenoli (+19%, perlopiù flavonoidi).
Weibel, F. P. et al. (2000) Are organically grown apples tastier and healthier? A comparative field study using conventional and alternative methods to measure fruit quality. In: Atti del XXV International Horticultural Congress. Parte 7. Quality of horticultural products: starting material, auxiliary products, quality control, Brussels, Belgium, 2-7 August, 1998 [a cura di Herregods, M., Boxus, P., Baets, W. e Jager, A.]. Acta Horticulturae No. 517, pp. 417-426
La qualità dei kiwi da agricoltura biologica
Una ricerca neozelandese ha investigato il comportamento post raccolta e la composizione analitica di Kiwi biologici e convenzionali della varietà Hayward. Poche le differenze nella maturazione durante la fase di conservazione, mentre il contenuto di calcio è significativamente più elevato nei kiwi di produzione biologica.
Benge, J. R. et al. (2000) Pairwise comparison of the storage potential of kiwifruit from or-ganic and conventional production systems. New Zealand Journal of Crop and Horticultural Science 28(2) 147-152.
La qualità di cavoli e carote da agricoltura biologica
In Polonia sono stati confrontati i dati sulla quantità di produzione e sulla composizione chimica di carote e cavoli, prelevati da 10 aziende biologiche e 10 convenzionali.
Se la quantità del raccolto convenzionale tende a essere superiore di quella degli analoghi prodotti biologici, questi presentano però valori nutritivi e organolettici perlopiù maggiori.
In termini di quantità, il prodotto convenzionale ha superato il biologico di una quota compresa tra il 25 e il 37%, ma nei cavoli biologici si è rilevata sostanza secca superiore del 15%, un quantitativo di nitrati inferiore da 3 a 4 volte e il 30% in più di vitamina C.
Nelle carote biologi-che il contenuto di nitrati è stato inferiore del 46%.
Anche nei parametri sensoriali (gusto e profumo) i prodotti biologici hanno superato i prodotti convenzionali.
Rembialkowska, E. (2000) The nutritive and sensory quality of carrots and white cabbage from organic and conventional farms.
La qualità di mais e fragole da agricoltura biologica
Nel marzo 2003, l’American Chemical Society ha pubblicato uno studio sul diverso contenuto in antiossidanti in prodotti alimentari ottenuti con metodo convenzionale, integrato e biologico, a parità di tecniche di conservazione.
I prodotti da agricoltura biologica hanno dimostrato un contenuto significativamente superiore di sostanze antiossidanti, rispetto agli analoghi convenzionali: nel mais l’incremento è stato del 58,8%, nella fragola del 19% e nelle more del 50%.
Danny K. Asami et al.(2003) : Comparison of the Total Phenolic and Ascorbic Acid Content of Freeze-Dried and Air-Dried Marionberry, Strawberry, and Corn Grown Using Conventional, Organic, and Sustainable Agricultural Practices, in: J. Agric. Food Chem. 2003, 51, 1237-1241
Il grano biologico è privo di sostanze che danneggino la risposta immunitaria (che ci sono in quello convenzionale)
Lo studio intendeva valutare rischi associati al consumo dei prodotti provenienti da agricoltura biologica e da agricoltura convenzionale, attraverso indici sensibili e precoci, in particolare in condizioni più vulnerabili, come l’accrescimento e in carenza moderata di proteine.
È risultato che il peso corporeo di ratti alimentati con miscele degli stessi tipi di frumento di produzione biologica e convenzionale non è influenzato diversamente dal consumo dell’una o dell’altra farina.
Lo studio ha rilevato la proliferazione di linfociti nelle cavie alimentate con frumento convenzionale, traendo la conclusione che sostanze tossiche presenti nella farina convenzionale hanno compromesso in parte il loro sistema immunitario, cosa che non succede con la farina biologica.
L’effetto positivo svolto dalla farina biologica è ancor più evidente quando le cavie sono in condizioni vulnerabili.
“Questo saggio ha suggerito che le farine provenienti dalle pratiche biologiche utilizzate in questi esperimenti non contengono molecole in grado di danneggiare la risposta immunitaria, contrariamente alle farine provenienti dalle pratiche convenzionali”.
A. Finamore, M. Roselli, E. Mengheri, Inran, Valutazione di possibili rischi connessi alla pre-senza di eventuali contaminazioni in produzioni convenzionali e biologiche attraverso degli indicatori precoci e sensibili. Agricoltura e Ricerca 1999, 182: 77-80
La qualità delle produzioni vegetali biologiche in genere
Una ricerca sulla letteratura scientifica esistente ha rilevato la costanza nelle produzioni biologiche di maggiori contenuti di ferro, magnesio, fosforo e vitamina C, oltre che meno nitrati rispetto alle produzioni convenzionali.
Rilevata le tendenze non significative a una minor presenza di proteine, ma di miglior qualità, una maggior quantità di minerali utili dal punto di vista nutrizionale e meno metalli pesanti.
Worthington V. (2001) Nutritional Quality of Organic Versus Conventional Fruits, Vegetables, and Grains, in The Journal Of Alternative And Complementary Medicine Volume 7, Number 2, 2001, pp. 161–173
La Cornell University: l’agricoltura biologica conviene
Uno studio dell'università statunitense Cornell (Ithaca, NY) che intendeva comparare i costi e i vantaggi ambientali, energetici ed economici della coltivazione convenzionale del granoturco e della soia con quelli dell'agricoltura biologica, non lascia dubbi.
Dopo avere esaminati i dati raccolti in 22 anni, i ricercatori concludono che, oltre a non utilizzare pesticidi, la coltivazione biologica del granoturco e della soia consumano meno acqua delle analoghe colture convenzionali e il 30% meno d'energia fossile.
Inoltre, rilevano i ricercatori, le pratiche agricole biologiche comportano meno erosione e preservano la qualità del suolo.
David Pimentel, professore di ecologia e agraria, responsabile della ricerca (pubblicata sul numero di luglio 2005 di Bioscience, Vol. 55:7) conclude “L’agricoltura biologica offre vantaggi reali in coltivazioni come il mais e la soia”.
Lo studio, che ha analizzato i costi e i benefici ambientali, energetici ed economici dei due tipi di coltivazione, è una review delle prove condotte dal Rodale Institute.
Questi Farming Systems Trial comparativi sono quelli di maggior durata negli Stati Uniti.
Hanno partecipato allo studio Paul Hepperly e Rita Seidel, del Agricultural Research Service dello U.S. Department of Agriculture, il microbiologo David Douds Jr. e l’economista agrario James Hanson dell’Università del Maryland.
La ricerca ha confrontato l’attività dei microorganismi del suolo, la quantità e la qualità del raccolto, l’efficienza energetica, le variazioni nella sostanza organica nel tempo, l’accumulazione di azoto e la dispersione dei nitrati nei due sistemi produttivi.
Tra i risultati dello studio:
- negli anni siccitosi dal 1988 al 1998, il raccolto di mais prodotto con metodo biologico è stato del 22% superiore a quello delle aziende convenzionali;
- il livello di azoto nelle aziende biologiche è aumentato dall’8 al 15%, mentre la perdita in nitrati è analoga nei due sistemi produttivi;
- l’applicazione del metodo biologico ha ridotto l’inquinamento delle acque di falda a livello locale e regionale grazie al non utilizzo di sostanze chimiche di sintesi.
I ricercatori confermano che l'avviamento di una cultura biologica non è comunque facile, dato che i rendimenti ottenuti nei primi quattro anni di coltivazione sono un terzo dei rendimenti ottenuti con l'agricoltura convenzionale.
Dopo questo periodo critico, però, le rese ottenute in agricoltura biologica sono state più elevate.
I ricercatori spiegano questo "perché il vento e l'erosione deteriorano il suolo delle aziende agricole convenzionali, mentre quello delle aziende agricole biologiche è costantemente arricchito di materia organica, d'umidità e d'attività microbica”.
Cornell University news service, 13 luglio 2005
Le aziende biologiche? un paradiso per la biodiversità
Dalla ricerca finanziata dal ministero britannico per l'agricoltura e condotta dagli scienziati del British Trust for Ornithology, del Centre for Ecology & Hydrology di Lancaster e dalla Wildlife Conservation Research Unit dell'Università di Oxford pubblicata nell'agosto 2005 risulta che le aziende biologiche presentano un maggior tasso di biodiversità.
"Stimiamo che i campi biologici contengano dal 68 al 105 per cento in più di specie vegetali e dal 74 al 153 per cento in più di piante spontanee rispetto alle aziende non biologiche".
"Le aziende biologiche contengono dal 5 al 48 per cento in più di ragni, dal 16 al 62 per cento in più di uccelli nel primo inverno e dal 6 al 75 per cento in più di pipistrelli".
"Le indicazioni...sono che l'agricoltura biologica è associata con livelli elevati di biodiversità", "aumentare la superfìcie coltivata con metodo biologico può contribuire a ristabilire la biodiversità nei paesaggi agricoli".
R.J. Fuller, L.R. Norton, R.E. Feber, P.J. Johnson, D.E. Chamberlain, A.C. Joys, F. Mathews, R.C. Stuart, M.C. Townsend, W.J. Manley, M.S. Wolfe, D.W. Macdonaid e L.G. Firbank, "Benefìts of organic farming to biodiversity vary among taxa ", Biology Letters , agosto 2005.
E l’inquinamento, dove lo mettiamo?
«I maggiori costi del cibo biologico sono giustificati dal risparmio in termini di collettività e dai benefici sociali». «In agricoltura convenzionale ci sono, per esempio, diserbanti che inquinano le falde acquifere».
«[II biologico rappresenta] una logica e una filosofia nei confronti della terra che andrebbe comunque e sempre sostenuta se vogliamo ancora avere speranza in un futuro che si preannuncia drammatico dal punto di vista ambientale».
Francesco Bertolini professore di Istituzioni e governo dell'ambiente all'università Bocconi di Milano (II diario, nn.9 e 10, marzo 2004)
Dopo aver analizzato la situazione di tre regioni settentrionali, la Bocconi ha calcolato che se si decidesse di bonificare e mettere in sicurezza le acque di falda dai fitofarmaci e dai fertilizzanti chimici, si dovrebbe sopportare un costo tra gli 88 e i 119 milioni di euro.
Nel caso del biologico, invece, gli inquinamenti delle falde associate all'uso dei fertilizzanti avrebbero un costo sociale estremamente contenuto, pari a circa 3 milioni di euro.
Il risparmio sui costi, per quanto riguarda la sola lotta all'inquinamento delle falde, sarebbe quindi compreso tra 85 e 116 milioni di euro nelle sole tre regioni oggetto di indagine.
In altre parole, l'agricoltura biologica inquina da 30 a 40 volte meno di quella convenzionale.
È un dato che l'amministrazione nazionale e quelle locali dovrebbero tener presente quando ragionano di programmazione dello sviluppo dei territori, ma anche quando si ragiona di prezzi.
Un prodotto convenzionale dal prezzo apparentemente basso, può aver dietro di sé enormi costi per disinquinare dalle sostanze che sono state utilizzate proprio per produrlo a costi apparentemente bassi.
Gli abitanti della pianura Padana per un paio di decenni hanno bevuto acqua resa potabile solo da un decreto del ministero della sanità, che alla scoperta dell'inquinamento da atrazina, decuplicò da un giorno all'altro il residuo massimo ammesso nell'acqua destinata al consumo umano...
In sostanza, il basso costo è del tutto illusorio, visto che le risorse per ripulire l'ambiente (e nell'ambito del possibile) provengono sempre dalle tasche dei cittadini.
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