Il Settore Biologico nel mondo

Secondo il censimento del 1861, il primo realizzato dal neonato Regno d’Italia, dei 22,182 milioni d’italiani (di cui solo 3,884 milioni sapevano leggere e scrivere, mentre 0,893 milioni sapevano soltanto leggere) erano occupati in agricoltura in 15,361milioni, pari al 69,25%, con una certa variabilità lungo la penisola.

La percentuale di occupati nell’industria vedeva in testa la Calabria (28,8%), la Campania (23,2%) e la Sicilia (23,1%), quella dell’occupazione in agricoltura era invece più elevata in Valle d’Aosta (90%), Friuli Venezia Giulia (81,8%), Piemonte e Umbria (81,1%).

Considerando un po’ d’indotto e i legami familiari, si può facilmente ritenere che praticamente tutti gli italiani avessero un legame stretto con l’agricoltura.

Il pane costava 40 centesimi al chilo (pari a 1.80 EUR), la pasta 60 (2.70 EUR), il latte 23 (1.03 EUR), il vino 65 (2.92 EUR).

Il decimo censimento, quello del 1961, ci consegna un universo di 50,623 milioni di abitanti e, per la prima volta, vede gli occupati dell’industria (40,4%) e quelli del terziario (30,6%) superare quelli dell’agricoltura (29,0%).

Anche in questo caso, considerando un po’ d’indotto e i legami familiari, si può facilmente ritenere che circa la metà degli italiani avesse un legame stretto con l’agricoltura.

Il pane costava 135 lire al chilo (pari a 1.63 EUR), la pasta 205 lire (2.47 EUR), il latte 86 lire al litro (1.04 EUR), il vino 125 lire (1.51 EUR).

Il censimento 2011 fotografa 59,571 milioni di residenti, di cui 6,230 milioni occupati nell’industria, 4,325 milioni nel commercio, 4,505 milioni nei servizi, 6,680 milioni in altre attività e 1,277 milioni nell’agricoltura, nella pesca e nella silvicoltura, con un peso del 5,54 % sul totale degli occupati.

Va da sé che non è crollato soltanto il numero degli addetti in agricoltura, ma anche quello delle imprese: le 3.023.344 attive nel 1990 erano precipitate a 1.630.420 nel 2010, con una perdita del 46% in vent’anni.

Con l’indotto naturalmente anch’esso ridotto, con i nuclei familiari di dimensioni minori, con il 5% della forza lavoro impegnata nel settore primario è lecito ritenere che ad avere un legame di consuetudine con l’agricoltura siano ormai rimasti pochi italiani.

Al di là del luogo comune in base al quale i bambini ritengono che un pollo abbia quattro cosce, che il cotone venga dalle pecore e che gli ortaggi crescano nei supermercati, agricoltura e sistemi di produzione del cibo son sempre meno conosciuti.

La percezione dell’agricoltura da parte dei cittadini è quella veicolata dalla dilagante programmazione televisiva: una grande Disneyland di feste danzanti sull’aia in abiti folk, una continua sagra del bue grasso piuttosto che dell’asparago violetto, un profluvio di piatti tipici e ricette tradizionali, il tutto annaffiato da un bicchiere di buon vino DOCG, l’esperto di turno che disserta sulle eccellenze del territorio prodotte purchessia, sullo sfondo le caprette che fanno ciao.

Intanto l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che pubblica dal 2003 il Rapporto nazionale pesticidi nelle acque, presenta l’edizione 2016, nella quale si legge che sono stati trovati pesticidi nel 63.9% dei 1.284 punti di prelievo delle acque superficiali e che è risultato contaminato il 31,7% dei 2.463 punti di campionamento delle acque sotterranee (quelle da cui dovrebbero attingere gli acquedotti).

Sono state trovate 224 sostanze chimiche di sintesi diverse, in crescita rispetto agli anni precedenti (erano 175 nel 2012). A far la parte del leone sono i diserbanti, ma è in significativo aumento la presenza di anticrittogamici e insetticidi, soprattutto nelle acque sotterranee.

Il rapporto 2016 segnala che nel 21.3% delle acque superficiali e nel 6.9% di quelle profonde sono stati trovati residui di pesticidi con concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientale fissati dalla UE.

E se intanto qualche eco sull’agricoltura arriva, prevalentemente vaga e spettacolarizzata dai programmi d’intrattenimento, sull’agricoltura biologica al cittadino l’informazione arriva ancora meno.

L’immagine che ne ha è quella, abbastanza confusa, di una romantica e curiosa fattoria di Nonna Papera, ancora più pittoresca di quelle che vede impegnate nelle feste sull’aia. Oppure di figli dei fiori in fuga dalla città.

Il sistema produttivo biologico, invece, è quanto di più moderno esprima l’agroalimentare italiano.

Occupa oltre 200.000 addetti nelle aziende agricole, in quelle di trasformazione e distribuzione, nelle attività di controllo, assistenza tecnica e nel resto dell’indotto.

Nel 61,8% dei comuni italiani è attiva almeno un’azienda biologica, con concentrazione maggiore nelle regioni centrali e meridionali. In 41 comuni operano oltre 100 aziende biologiche: sono 446 a Noto (SR), 242 a Corigliano Calabro (CS), 241 a Poggio Moiano (RI).

In 55 comuni la superficie agricola biologica supera il 60% di quella totale, in 15 (tutti settentrionali) incide per oltre l’80%. È coltivata con metodi biologici tutta la superficie agricola di Rhêmes Notre-Dame (AO), il 99,5% di quella di Lardirago (PV), il 98,8% di quella di Vaddasca (VA), 10 aziende biologiche coltivano il 95,4% della superficie biologica di Introbio (LC).

Ha in tasca una laurea o un diploma universitario il 16,8% dei conduttori delle aziende biologiche (con una percentuale tripla della media italiana), ha un diploma di scuola media superiore il 32,2%, quasi il doppio della media.

I conduttori non hanno soltanto un’istruzione superiore, ma sono anche più giovani: il 22% dei responsabili aziendali ha tra i 20 e i 39 anni (più del doppio della media nazionale), ha oltre 65 anni solo il 19,1% dei conduttori biologici, mentre la media italiana è del 37,2%.

Circa il 17% delle aziende biologiche è impegnato in attività connesse (trasformazione, agriturismo, fattoria didattica, fattoria sociale), più di tre volte la media delle aziende agricole italiane; usa strumenti informatici il 15,6% delle aziende (più del quadruplo della media nazionale); il 10,7% ha un sito internet (contro l’1,8% della media) e il 5,2% vende on-line (contro una media nazionale dello 0,7%).

L’estensione media delle aziende biologiche è di 27,7 ettari, più del triplo della superficie media aziendale italiana.

È un sistema d’imprese che all’interno di un quadro di controllo e certificazione europeo ormai coltiva L’11.2% dell’intera superficie agricola italiana, senza un grammo di sostanze chimiche di sintesi che inquinino le falde acquifere, che tutela la biodiversità, incrementa la fertilità naturale del suolo, alleva animali al pascolo e produce non solo beni pubblici (tutela ambientale, sviluppo rurale…), ma anche prodotti che sono distribuiti in vendita diretta, nel canale del dettaglio specializzato, nella grande distribuzione, nella ristorazione e vengono esportati con successo in tutto il mondo.

È un sistema che, grazie alla caparbietà e alla competenza dei suoi protagonisti è tecnicamente all’avanguardia.

Niente Nonna Papera o figli dei fiori, insomma.

Però abbiamo le caprette: al 31 dicembre 2014 erano 92.647, sono al pascolo e stanno bene, grazie.

Un mercato in espansione

Il mercato globale dei prodotti biologici è in continua crescita in tutto il mondo e nel 2014 aveva raggiunto un valore di 80 miliardi di dollari. Europa e nord America generano la maggior parte delle vendite: in queste due aree si concentra circa un terzo delle superfici biologiche, ma circa il 90% delle vendite mondiali.

Negli USA le vendite 2015 hanno sfiorato i 40 miliardi di dollari; nella UE le vendite sono state di circa 35 miliardi.

Nel 2014 le vendite di prodotti biologici in Germania (primo mercato del continente, seguito dalla Francia tallonata da Italia e Gran Bretagna e, non a caso, primo sbocco del forte export italiano) hanno superato gli 8 miliardi di euro e nei primi 6 mesi del 2015 sono aumentate dell’8,4% . In Francia, sempre nel 2014, l’assicella aveva raggiunto quota 5 miliardi (+466 milioni sul 2013). Quasi sette franchi su 100 spesi in Svizzera per prodotti alimentari riguardano prodotti biologici (con una spesa pro capite pari a 210 euro nel 2015), la spesa media in Danimarca è di 163 euro/anno.

L’Asia è il terzo mercato mondiale (in particolare Cina, Giappone e Corea). Le vendite 2014 di prodotti biologici in Cina sono stimate in 7.3 miliardi di EUR, in crescita esponenziale, al punto di spingere le imprese locali a guardare all’estero (agli inizi del 2015 il vice ministro kazako dell’agricoltura, Gulmira Isayeva ha annunciato investimenti cinesi nel settore biologico per 1,74 miliardi di dollari nella produzione di carne di manzo e agnello, miele, trasformati del pomodoro, farine e altro)

Manca la materia prima

La produzione agricola biologica nazionale arranca nel seguire il grande sviluppo della domanda. Oltre a prodotti che non si possono che importare (zucchero di canna, caffè, cacao, the…), non è irrilevante la quota d’importazione di altri, come i cereali e le colture proteiche destinate alla produzione di mangimi.

Anche se le importazioni danno le medesime garanzie della produzione nazionale (l’Unione Europea ha sottoscritto accordi di equivalenza con Argentina, Australia, Canada, Cile, Costa Rica, Giappone, India, Israele, Nuova Zelanda, Repubblica di Corea, Stati Uniti, Svizzera e Tunisia: tecniche di produzione e sistema di controllo si equivalgono con quelli europei; in altri Paesi la UE riconosce le locali autorità competenti e organismi di controllo), è necessario che la produzione agricola nazionale si sviluppi sempre più, per una serie di buoni motivi: salvaguardia dei nostri suoli, del bene acqua e dei territori, sviluppo rurale, opportunità di reddito per gli agricoltori, filuere sempre più razionali e logistica più efficiente.

Fuori d'Europa

Secondo i primi dati dell’Organic Trade Association, negli Stati Uniti le vendite di prodotti biologici nel 2015 sono aumentate quasi dell’11 per cento nel 2015, stabilendo un nuovo record.
Le vendite totali di prodotti alimentari e non alimentari biologici hanno raggiunto 43.3 miliardi di dollari, con il food a pesare circa il 92% s 39.7 miliardi, in crescita del 10.6% rispetto all’anno precedente, mentre le vendite di prodotti alimentari nel complesso sono aumentate solo del 3%. Il biologico pesa per circa il 5% di tutte le vendite alimentati USA.

È il quarto anno consecutivo di aumento a due cifre, con una crescita del 209% dal 2005, quando le vendite pesavano per 14 miliardi di dollari.

I prodotti freschi continuano a guidare le vendite, con un valore di 14,4 miliardi di euro per frutta e verdura, in crescita del 10,6 per cento: quasi il 13 per cento dell’ortofrutta venduta negli Stati Uniti è biologica (e non a caso gli USA sono il secondo mercato per le aziende italiane esportatrici).
Seguono i lattiero caseari con circa 6 miliardi di fatturato, con un incremento superiore al 10% sul 2014.
La categoria dei succhi di frutta è cresciuta del 33,5%, le uova del 32%, i condimenti del 18.5%.

Grazie alla collaborazione con le analoghe organizzazioni estere, AssoBio è in grado di fornire alle imprese associate informazioni dettagliate sui diversi mercati internazionali.

L'Italia

AssoBio realizza indagini sull’andamento economico delle imprese associate e del settore nel suo complesso, grazie anche alla collaborazione con Nielsen e Nomisma.

I dati su un campione di 23 imprese (la rilevazione è in continua evoluzione) fotografano un fatturato totale 2015 (biologico e non biologico, dato che alcune aziende sono attive nelle due linee di produzione) di 829 milioni, di cui 603.5 (pari al 72,8%) da prodotti biologici.

Di questi, 67 milioni (11.1%) derivano da export (prevalentemente verso i Paesi dell’Unione Europea, ma anche verso Stati Uniti, Giappone, Svizzera e qualche decina d’altri Paesi), 121 milioni (20%) derivano da vendite alle catene della grande distribuzione (a marchio proprio o a private label del supermercato), 336 mi-lioni (55.7%) al canale della distribuzione specializzata (negozi biologici). Altri canali (ristorazione, indu-stria) hanno generato un fatturato di 79 milioni (13.2%).

Il primo trimestre 2016 vede un totale di vendite per 181,5 milioni, di cui 30 in export (16.5%), 31 di vendite a supermercati (17.1%), 94,5 al canale specializzato (52.1%) e 26 agli altri canali (14.3%).

“È presto per fare previsioni sulle vendite 2016, il che non ci impedisce di valutare l’andamento con decisa soddisfazione: nel primo trimestre le vendite alle catene della grande distribuzione registrano un aumento vicino al 20%, gli altri canali segnano incrementi sempre superiori al 10%” – dice il presidente Roberto Zanoni.

“Quello che è certo è che nel 2015 le vendite di prodotti biologici delle 23 imprese del nostro campione, la cui consistenza contiamo di raddoppiare, è aumentato del 21.3%, quando il valore delle vendite di prodotti alimentari nel complesso è aumentata meno del 3%. L’anno trascorso ha confermato per l’ennesima volta come il consumatore stia cambiando e si orienti sempre più verso i prodotti biologici.

Nel 2015 il numero di famiglie italiane che ha acquistato prodotti biologici è aumentato di 2,5 milioni: ormai è il 69% ad acquistarli almeno occasionalmente. Sulle tavole del 27% delle famiglie i prodotti biologici en-trano ogni giorno o quasi, su quelle del 42% almeno una volta a settimana”.

Le motivazioni d’acquisto? Non sono diverse da quelle che si registrano negli altri Paesi (la tendenza alla forte crescita dei prodotti biologici è un fenomeno globale): quasi metà li ritiene più sicuri per la salute, dato che nella produzione vegetale non si usano pesticidi di sintesi e negli allevamenti sono al bando gli antibioti-ci; per più di un quinto dei consumatori la scelta è dettata dal gusto (per il 22% i prodotti biologici sono più buoni), per il 16% la scelta è dettata da considerazioni ambientali e di tutela della biodiversità, il 7% apprezza il fatto che siano controllati e certificati dal campo alla tavola.

“Nel 1991, alla prima conferenza dell’ONU sull’agricoltura biologica, l’IFOAM – l’organizzazione internazionale del settore cui aderiamo” continua Zanoni “espresse l’obiettivo che la produzione biologica raggiungesse il 20% del totale. 25 anni dopo l’obiettivo va rivisto decisamente verso l’alto: già nel 2014 era biologico il 19.4% dell’intera superficie agricola austriaca, il 16.4% di quella svedese, il 16.2% di quella estone, il 12.7% di quella svizzera e l’11.2% di quella italiana. Dal censimento Istat del 1990 a quello del 2010 il numero delle aziende biologiche è aumentato del 900% e la crescita continua, sollecitata dalla domanda del mercato, dalla politica europea che spinge verso un’agricoltura più sostenibile e dal ricambio generazionale: sono sempre più nume-rosi i giovani che subentrano nelle aziende agricole che si orientano verso la produzione pulita”.

Il felice andamento delle vendite ha riflessi positivi sull’occupazione: nel 2015 gli occupati diretti delle 23 imprese del campione AssoBio sono passati da 1720 a 2021, con un eloquente +17.5%.